giovedì 31 dicembre 2020

PLAYLIST 2020

 

DISCO DELL'ANNO:

  • The Karuna Trio Imaginary Archipelago CD (Meta)

ALTRE 10 PEPITE:

  • Bellows Undercurrent LP (Black Truffle) 
  •  Manuel Pessôa de Lima Realejo LP (Black Truffle)
  • Manuel Mota LPC CD (Headlights) 
  •  Gigi Masin Calypso 2LP (Apollo) 
  •  Timo van Luijk & Frederik Croene Ipnopedion LP (La Scie Dorée)
  •  Cleared The Key CD (Touch)  
  • Polwechsel & Klaus Lang Unseen CD (ezz-thetics) 
  •  Anatrofobia Canto Fermo LP (vari coproduttori) 
  •  Leo Takami Felis Catus & Silence CD (Unseen Worlds)  
  • Giuseppe Ielasi Five Wooden Frames CD (12k)

COLPO DI FULMINE: 

  • Galya Bisengalieva Aralkum LP (One little Independent)

OLTRE LO SPAZIO, IL TEMPO, QUALSIASI COSA: 

  • Bark! That Irregular Galvanic Twitch CD (Sound Anatomy)

RISTAMPONI, COMPILE, COFANI: 

  •  AA.VV. The Vanity Box Vol.1 5CD Box (Kyou, Vanity)
  •  AA.VV. Music, Tapes & Demos 11CD Box (Kyou, Vanity)
  • Tolerance Tolerance - Vanity 5CD Box (Kyou, Vanity) 
  •  AA.VV. Vanity Records 'Demos' 6CD Box (Kyou, Vanity)
  • Masayuki Takayanagi New Direction Unit Axis/Another Revolvable Thing 2CD (Blank Forms) 
  •  Ashtray Navigations Greatest Imaginary Hits LP+4CD (VHF)
  •  Trees Trees (50th Anniversary Edition) 4CD (Earth) 
  •  African Head Charge Drumming Is A Language 1990 – 2011 5CD Box (On-U Sound)
  • AA.VV. (Bob Stanley presents) 76 In The Shade CD (Ace)
  • AA.VV. Minna Miteru (A Compilation Of Japanese Indie Music) 2CD (Morr) 

UN GRANDE DISCO DEL 2019 SCOPERTO SOLO QUEST'ANNO:  

  • Deathprod Occulting Disk CD (Smalltown Supersound) 
 

 

 

martedì 31 dicembre 2019

PLAYLIST 2019

DISCO DELL'ANNO:

Pancrace The Fluid Hammer 2LP (Penultimate Press)

ALTRE 10 PEPITE:

Jac Berrocal, David Fenech, Vincent Epplay Ice Exposure LP (Blackest Ever Black)
Giovanni Di Domenico Zuppa di Pazienza LP (Three:Four)
James Rushford The Body's Night LP (Black Truffle)
Sparrow Steeple Tin Top Sorcerer LP (Trouble In Mind)
Evol GRM Trax 2X2CD (Alku)
Kim Gordon No Home Record CD (Matador)
Pierre-Yväes Macé Rhapsodie Sur Fond Vert CD (Brocoli)
Pedestrian Deposit Dyer's Hand CD (Monorail Trespassing)
Jessica Pratt Quiet Signs CD (City Slang)
Zaïmph Rhizomatic Gaze 2LP (Drawing Room)

COLPO DI FULMINE:

Tim Presley's White Fench I Have To Feed Larry's Hawk CD (Drag City)

OLTRE LO SPAZIO, IL TEMPO, QUALSIASI COSA:

The Legendary Pink Dots Angel In The Detail CD (Metropolis)
Rustin Man Drift Code CD (Domino)

RISTAMPONI:

Magazzini Criminali Crollo Nervoso LP+CD (Spittle)
Enrico Piva Anticlima BOX 5CD (Spazio di Hausdorff)
Danny Gatton Cruisin' Deuces CD (Wounded Bird)
Sachiko Kanenobu Misora CD (Light In The Attic)
The Doubling Riders The World of the Doubling Riders BOX 6CD (Spittle)
Reynols Minecxio Emanations 1993-2018 BOX 6CD+DVD (Pica Disk)
Mike Nock Ondas CD (ECM)
Lionel Marchetti Jeu Du Monde BOX 6CD (Sonoris)

mercoledì 19 dicembre 2018

PLAYLIST 2018

DISCO DELL'ANNO
Richard Youngs Belief LP (O Genesis)

ALTRE 10 PEPITE
Beak > >>> CD (Invada)
Amuleto Acre CD-R (Eilean)
Eszaid Eurosouvenir LP (Collapsing Market)
Rabit Life After Death LP (Halcyon Veil)
Han Tuning The Invisible CD (Autoproduzione)
Domenico Lancellotti The Good Is A Big God CD (Luaka Bop)
Sunn Trio Fayrus LP (Unrock)
Christina Kubisch, Annea Lockwood The Secret Life Of The Inaudible 2CD (Gruenrekorder)
Tashi Wada With Yoshi Wada And Friends Nue CD (Rvng)
Hidden Parts Disco(mfort) CD (Spare Parts)

COLPO DI FULMINE
Joe Talia Tint LP (Black Truffle)

LA SPADA NELLA ROCCIA
Cam Deas Time Exercises LP (The Death Of Rave)

IL RISTAMPONE
Keith Mansfield & John Cameron Voices In Harmony LP (Be With)

ARCHIVI, COMPILE E ALTRE RISTAMPE
Bourbonese Qualk Autonomia 2LP (Praxis)
Zuider Zee Zeenith CD (Light In The Attic)
Simone Forti Al Di Là CD (Saltern)
Bitchin Bajas Rebajas Box 7CD (Drag City)
Edu Passeto & Gui Tavares Noite Que Brincou De Lua CD (Amendoim / Far Out)
Bernard Parmegiani Les Soleils De L'Île De Pâques | La Brûlure De Mille Soleils CD (We Release Whatever The Fuck We Want)
Technical Space Composer’s Crew feat. Holger Czukay Canaxis 5 CD (Groenland)
AA.VV. Technicolor Paradise: Rhum Rhapsosdies & Other Exotic Delights Box 3CD (Numero Group)
Stereolab Switched On Volumes 1-3 Box 4CD (Duophonic)
The Caretaker Persistent Repetition Of Phrases CD (History Always Favours The Winners)

MOLTO RUMORE PER NULLA (=PETARDI BAGNATI)
Sleep The Sciences
Yves Tumor Safe In The Hands Of Love

A VOLTE RITORNANO (NON SOLO PER PIANTARE BANDIERINE)
Pram Across The Meridian CD (Domino)
Jon Hassell Listening To The Pictures CD (Ndeya)
Allen Ravenstine Waiting For The Bomb CD (Rer Megacorp)


domenica 29 gennaio 2017

CARLA DAL FORNO live @ Bar del Visionario (Udine) 27 Gennaio

You know what it's like” è stato per molti, compreso chi scrive, il disco rivelazione del 2016. Non stupisce dunque che l'hype intorno a Carla Dal Forno si sia diffuso non poco anche dalle nostre parti, arrivando a raccogliere consensi pure in quella fascia di ascoltatori che mai e poi mai si sarebbe spinta a dar una chance a un disco così sfuggente alle definizioni. Ok, a sponsorizzarlo è l'etichetta dei Raime, la Blackest Ever Black, ma bisogna tener presente che l'andazzo dell'appassionato medio qui da noi in Italia è talmente penoso che a volte solo il passaggio mediatico “giusto” può certificare e convincere della validità di una proposta che non viene dai soliti noti. Composto di quattro canzoni e quattro pezzi strumentali l'album ha il grande pregio di unire il il gusto per l'intrattenimento a quello della ricerca, sovrapponendo superfici irregolari e il calmo ondeggiare di linee melodiche e voce. Australiana di stanza a Berlino, la Dal Forno, altrettanto abilmente gioca con la propria immagine di ragazza sexissima ma che non fa niente per bucare lo schermo. A vederla nelle foto e dal vivo ricorda infatti tutta l'innocenza di una pop singer dei sixties appena uscita dall'adolescenza. La sala dl bar del Visionario è già bella piena quando arriviamo sul posto. Un po' trafelati a dire il vero perché oltre l'orario indicato sul calendario dell'evento. Ma il tutto deve ancora iniziare e quindi c'è modo di prender posto in prima fila e salutare i volti conosciuti...Ad accompagnarla c'è un tizio che si occupa di drum machine, theremin ed elettronicherie varie, mentre lei al basso e voce se ne sta sul ponte di comando a dirigere i giochi. L'atmosfera è intima e assorta. E i brani scivolano uno dietro l'altro infilando scampoli di paradiso nel bel mezzo di un tramestio umorale, trattenuto, che fa dell'enfasi luogo del mistero. A colpire sono gli spostamenti dei suoni-oggetto generati dalle macchine, dei fondali oleosi che talvolta si risvegliano in fremiti di ritmo e talaltra azzardano sfumature taglienti, di luce spoglia nel buio più nero che esista. La voce, delicata come quella di una Kendra Smith votata all'ethereal wave, e le linee del basso scolpiscono coi loro movimenti l'aria intorno e durante alcuni passaggi penso a una cosa che l'ascolto del disco mi aveva occultato o che forse è solo associazione strampalata del mio mio cervello: l'ombra dei Young Marble Giants - quel modo lì di iniziare e finire senza granché di svolgimento ma con impeto e fermezza, grattando via quanto non serve. Una breve pausa per annunciare due pezzi di prossima pubblicazione e il concerto finisce così come era iniziato. Nessun bis. Il pubblico si disperde tra bancone del bar e terrazza. Cerco di fermare le impressioni e far gli opportuni distinguo col disco che molte volte ho ascoltato negli ultimi mesi. Giungo alla conclusione che riuscire ad essere originali in quest'epoca di mille e nessuna originalità è difficile se non impossibile, ma che c'è ancora gente in giro motivata ad esplorare i confini dei linguaggi col cuore in mano e il massimo dell'onestà.

martedì 24 maggio 2016

OTOMO YOSHIHIDE & PAAL NILSSEN-LOVE live @ Cinema Torresino (Padova) 22 Maggio

La strana coppia. A vederli così, uno di fianco all'altro, sembrano due pianeti impermeabili a qualsiasi collisione. Otomo Yoshihide ha l'aria rilassata di uno che va in gita. Cappello da G-Man per tenere parzialmente in ombra una fronte segnata dal tempo, jeans a zampetta, impermeabile/camicione scuro arrotolato sulle maniche. Se non facesse ridere anche me direi che le espressioni che passano in rassegna sul suo viso, durante il live set, ricordano un remix orientale dei tratti caratteristici di Bogart e Fellini (!) Il suo compare invece, di nero vestito, ha il cipiglio fiero dell'uomo nordeuropeo tutto d’un pezzo. Ma facciamo un po' di storia, perché questi due tipetti hanno ciascuno il loro bagaglio di esperienze di cui andar fieri. Yoshihide è un chitarrista con alle spalle studi di musica tradizionale giapponese e storia degli strumenti in Cina durante la rivoluzione culturale. Un etnomusicologo con la passione per il jazz e le espressioni schizoidi dei linguaggi del rock in opposition. Ha usato in passato il giradischi come uno strumento a sé, interpretando alla lettera la massima duchampiana “nessuna associazione è vietata”. Frutti di tale arte campionatoria/cut-up la potete trovare ben rappresentata nel primo disco autointitolato dei Ground Zero del 1992 e nel cd+dvd edito dalla Asphodel, The Multiple Otomo Project, del 2007. Molto altro ha fatto nel corso della carriera, imbastendo ensemble jazz-orchestrali, collaborazioni da una botta e via e realizzazioni di colonne sonore. Troppo materiale comunque per farsi un’idea di uno che non è mai stato inchiodato a un’identità sola e che non sa cosa sia il solipsismo del bravo musicista (metteteci pure vicino la difficoltà per noi a reperine i dischi. Gli import giapponesi uccidono!). Paal Nilssen-Love appartiene alla stessa categoria, quella dei batteristi perennemente a caccia di situazioni creative, dove mettersi alla prova. E quindi molte sono le uscite che le fotografano in copula con questo o quell'altro musicista. Io ho solo due dischi nella collezione che lo vedono protagonista: uno con l'enfant terrible del power electronics Lasse Marhaug e Maya S.K. Ratje sotto la sigla Slugfield; e l'altro, bellissimo e che vi caldeggio, su Rune Grammofon in compagnia di James Plotkin. Essendo 15 anni più giovane di Yoshihide (è del 1974) ci si aspetterebbe una discografia molto più contenuta come uscite. Ma basta una scorsa alle sue pagine discogs per accorgersi che la differenza non è poi molta con l'amico giapponese... Veniamo al concerto. L'inizio non è dei più sintonici. Anzi, sembra che ognuno dei due sia occupato per proprio conto a spacchettare un dono avvolto in fogli di carta stagnola, cercando di fare il meno rumore possibile. Però è un'impressione che sbiadisce subito, lasciando spazio all'idea che questo altro non è che un modo per preparare il terreno a quanto verrà. Da lì a poco infatti le traiettorie cominciano a marcarsi strette e i suoni sono finalmente liberi di dispiegarsi in una dimensione “altra”. L'intera suite dura circa tre quarti d'ora. E' un susseguirsi di onde di varia intensità, una fuga a perdifiato dall' “inizio mancante”. Le qualità sharrockiane della sei corde di Otomo e i suoi riff a imitazione dello scratching ricambiano gli assalti all'arma bianca della batteria. Di cornice in cornice, di passaggio in passaggio, i due strumenti si lanciano sempre più in profondità, staccandosi solo per decomprimere. Il secondo pezzo inizia invece con il chitarrista che si inumidisce la punta delle dita per poi strofinarle sul corpo della chitarra. Il rumore provocato dall'attrito è l'innesco per un gioco di superfici fessurizzate e grandi vuoti. Come degli specchi allineati uno di fronte all'altro con lo scopo di moltiplicare all'infinito l'immagine nell'immagine i suoni partono in botta e risposta, luminosi come le fratture quando il medico piazza una radiografia davanti alla luce. Il terzo e ultimo movimento, che sarà anche il più breve come durata, riprende un po' lo stesso discorso, chiudendo volutamente in maniera “irrisolta” il concerto. Non si dà gioco senza regole e non si dà impresa senza ostacoli. Tantomeno nell'improvvisazione. Yoshihide e Nilssen-Love questo lo sanno bene e devo dire che il loro lavoro sulla ridefinizione dei limiti in musica manda davvero bei lampi. Non avrò assistito al live della vita, quello è certo, ma se penso al furore tecnico&aguzzino di certe zornate o all’idea di improvvisazione tutta carina, legata coi lacci empatici&benedetti di un Nels Cline, beh, la mia preferenza andrà sempre ai due tizi che ho visto stasera.

venerdì 11 dicembre 2015

PLAYLIST 2015

DISCO DELL'ANNO

THE STRIGGLES bilb - 2LP (Rock Is Hell)

ALTRE PEPITE (WORLD)

AMULETO no para siempre en la tierra, sò lo un poco aquì - 2CD (Mazagran)
SPECTRES dying - CD (Sonic Cathedral)
TIM BERNE'S SNAKEOIL you've been watching me - CD (ECM)
SPACEHEADS a short ride on the arrow of time - CD (Electric Brass)
THE TELESCOPES hidden fields - LP (Tapete)
ROBERT AIKI AUBREY LOWE & ARIEL KALMA we know each other somehow CD+DVD (RVNG)
HUNTSVILLE pond - CD (Hubro)
M.C. SCHMIDT batu malablab - CD (Megaphone/Knock'em Dead)
GRAHAM LAMBKIN / MICHAEL PISARO schwarze riesenfalter - CD (Erstwhile)
JIMI TENOR & UMO mysterium magnum - CD (Herakles)

ALTRE PEPITE (BELPAESE)

LA BATTERIA s/t - CD (Penny)
SQUADRA OMEGA altri occhi ci guardano - 2LP (Macina Dischi / Sound Of Cobra)
SATAN IS MY BROTHER they made us climb up here - LP (Boring Machines)
DEISON & UGGERI in the other house - LP (Old Bicycle + altri coproduttori)
NICOLA GUAZZALOCA tecniche arcaiche / live at angelica - CD (Amirani)

RISTAMPE

SUN CITY GIRLS torch of the mystics - CD (Abduction)
FAUST'O s/t - CD (On Records Japan)
DICK HYMAN moon gas / moog - the eclectic electrics - CD (The Omni Recording Corporation)
HAKU na mele a ka haku - music of haku - CD (EM)
ALAN VEGA / ALEX CHILTON / BEN VAUGHN cubist blues - CD (Light In The Attic / Munster)

COMPILE

(Trevor Jackson presents) SCIENCE FICTION DANCEHALL CLASSICS - 2CD (On-U Sound)
A NEW LIFE (Private, Independent and Youth Jazz In Great Britain 1996-1990) - CD (Jazzman)
CIAO BELLA! (Italian Girl Singers of the 60's) - CD (Ace)
TOUJOURS CHIC! (More French Girl Singers of the 1960's) - CD (Ace)
RADIO VIETNAM - CD (Sublime Frequencies)

FROM ANOTHER PLANET 

KEITH ROWE / JOHN TILBURY enough still not to know - BOX SET 4CD (Sofa)

THE ART OF SOUNDTRACK

THE THE  hyena - CD (Lazarus)

CONCERTO DELL'ANNO

TODAY IS THE DAY @ Mostovna - Nova Gorica, Slovenia  8/12

UNA CANZONE PER IL 2015

WIRE "blogging"





mercoledì 9 dicembre 2015

THE MILD + GRIME + TODAY IS THE DAY live @ Mostovna (Nuova Gorica, Slovenia) 8 Dicembre 2015

Spetta ai veneti The Mild l’incombenza di aprire la serata, ma noi arriviamo sul posto quando il loro set si sta già avviando alla conclusione e quindi non c’è materiale sufficiente per farsi un’idea chiara ed esprimere un parere. Siamo dalle parti dell'hardcore-metal che rigurgita dagli abissi in maniera scomposta. Un sound scultoreo e imponente di cui, oggi come oggi, sembra esserci in giro un’abbondanza clamorosa di offerta. Veloce cambio palco e la palla passa di mano ai triestini Grime. Le cose sono molto cambiate dall’ultima volta che li ho visti on stage. Menano sempre fendenti dall’inconfondibile sapore metallico dentro l'arena dello sludge (con la furia mastina degli hardcore kids più incazzati), ma aderiscono ad altre forme rispetto a quelle consuete. In pratica propongono una sintesi di “elevazione” e “crollo” che gioca di contrasti tra le accelerazioni del doppio pedale e le litanie cadenzate dei riff e della voce, stringendo per le palle tutta l’energia di un tempo immane, pieno di vita, senza avvizzire in lungaggini o pose tracotanti. Chapeau! Il piatto forte arriva e cazzo, ancor prima che suonino una nota, sento pervadermi da quel formicolio di felicità che poche volte ho provato nella vita (da bimbetto a Natale scartando i regali, la prima volta che ho ascoltato un disco sul mio entry level…). Today Is The Day. Un nome, una dichiarazione d'intenti ridanciana, animale. Un suono loro e loro soltanto, la cui influenza rimane incalcolabile su generazioni e generazioni di musicisti a partire dagli irregolari dell’hardcore anni ’90 (per dirne una: da dove pensate Jacob Bannon abbia mutuato il suo modo di cantare starnazzante-malefico?). Il cantante-chitarrista nonché mente del gruppo, Steve Austin, è come se portasse su di sé lo sconcerto del mondo. E assieme ai suoi due compagni sul palco scatena un pandemonio di estrema coerenza interna, che sbaraglia la babele di lingue approssimative del post tutto, tranciandoti di netto. Musica che si fa scenario, a tal punto che sembra di avere davanti dei saldatori alle prese con un cilindro d’acciaio, avvolti in una pioggia di scintille. A sorpresa la scaletta proposta pesca abbondantemente dal loro bestseller dell’era Relapse, “In The Eyes Of God” (l’album composto con Bill Kelliher e Brann Dailor poi confluiti nei Mastodon), con pezzi sparsi da “Temple Of The Morning Star”, “Sadness Will Prevail” e soltanto un brano dall’ultimo “Animal Mother” dell’anno scorso. Inframmezzati da sample di una manciata di secondi, i brani si susseguono senza pietà intrugliando i suoni “segnali d’allarme” al vetriolo del noise (da Zeni Geva agli Unsane, per capirsi) con i venti che cambiano direzione nel cuore del tornado come se niente fosse (il fragorosissimo cumulo d’ossa dei gruppi grind-death). Sarà che sono un loro fan di lunga data, sarà che mi aspettavo un set incentrato solo sull’ultimo lavoro (decente ma che scompare se affiancato ad altri loro dischi) e sentirmi sciorinare i pezzi cult che ho passato decine di volte nello stereo è stato come mettermi in mano fiammiferi e tanica di benzina, ma davvero credo che rimarrà sempre traccia nella mia memoria di questo live. Grazie Today Is The Day, oggi il mondo mi sembra meno una merda del solito.

venerdì 9 ottobre 2015

THE MYRRORS live @ Tetris - Trieste 8 Ottobre 2015

Manda segnali positivi il pubblico triestino. Contando che è un giovedì sera e che la proposta in cartellone non è delle più immediatamente fruibili, vedere così tanta gente fuori e dentro il locale in attesa dell’inizio del concerto non può che considerarsi già di per sé un successo. The Myrros from Tucson, Arizona. Si presentano come il classico gruppo di male assortiti: tre hippies fuori tempo massimo, un pelatino che ha tutta l’aria di avere dei trascorsi in ambito hardcore-punk, e la classica mosca bianca (manica della camicia arrotolata, capello corto, occhiali, aria da commesso di una ferramenta) che con il resto del gruppo non c'entra una fava e che a me personalmente ha ricordato un incrocio di fisionomie tra Arto Lindsay e Peter Blegvad. Due chitarre, basso, batteria, violino e alcuni strumenti-ammennicoli che producono dei suoni di magica sospensione. Suoni che talvolta guardano alla soundtrack western e talaltra alla musica tradizionale indiana e marocchina. L’inizio del concerto non è dei migliori, disturbato dal gracchiare di un ampli, ma già al secondo pezzo la band prende quota. Il senso complessivo pare quello di un post rock alla Dirty Three in aperta contemplazione di paesaggi sconfinati e desertici, con un senso di luminosa grandezza e lenta lacerazione che si avvicina al modus operandi di gente come Earth, Om e Orthodox. Non ci sono le dinamiche pieno/vuoto dei gruppi che fanno “cinema per le orecchie”, o perlomeno non sono così limpide nel salire d’intensità come ci si aspetterebbe. Si gioca (e molto) nell’istante stirato all’infinito e nel trastullarsi con quel tipo di torpore narcolettico che i padri fondatori dell’acid rock Quicksilver Messenger Service hanno scolpito a chiare lettere in Calvary. Ebbene sì, i Myrrors alla resa dei conti non inventano nulla. Ma non è nemmeno nelle loro intenzioni farlo. Quello che vogliono è trasmetterci la temperatura emotiva che li unisce in telepatia sul palco, regalarci un viaggio. E in posti come il Tetris, dove la distanza tra pubblico e band è pressoché nulla e puoi vedere la goccia di sudore scendere dalla tempia del musicista, proposte del genere hanno un sapore ancora più autentico, vero.

sabato 3 ottobre 2015

BEAT ON ROTTEN WOODS + CONNY OCHS live @ Tetris - Trieste 2 Ottobre 2015

Osservato dal vivo per la prima volta il duo triestino Beat On Rotten Woods (beatbox meets stoner/psych) dà l’impressione di esser un progetto che non potrebbe esistere senza quell’esigenza insopprimibile di voler andare dritti al cuore delle cose. Lo si capisce dalla cura riservata alla gestione dei brani in scaletta e alla studiata drammaturgia nei gesti del cantante. Alimentati da influenze diverse suonano alle mie orecchie come una versione primitiva degli A.R.E. Weapons con toni e modalità da formazione rock d’assalto. Partendo da una forma pura di suono metronomico, ridotto all’osso, riempiono gli spazi delle loro canzoni legandoti i polsi a una melodia inattesa o a un sordido riff di chitarra. A mio parere qualcosina in qua e in là andrebbe rivisto, soprattutto in certi attacchi/introduzioni, ma il feeling generale è buono e il pubblico risponde con entusiasmo. E’ la volta di Conny Ochs, tedesco che ha legato il proprio nome a Wino (St. Vitus, Obsessed e molto altro) per alcuni lavori realizzati assieme a lui ma che ha dimostrato di sapersela cavarsela egregiamente anche con i dischi in solo. Innanzitutto a colpire dopo i primi minuti della sua esibizione è una cosa: voce e chitarra suonano fatte e finite come dei piccoli classici. Entrarci in sintonia e farsi trasportare non richiede che un minimo sforzo. L’indole è quella piena di grazia della ballata folk americana dei tanti figli emarginati, però il sentimento che la sottende ha il sapore inconfondibile dell’asciutta desolazione. Desolazione che sappiamo bene appartenere alla musica del destino, il doom. Il pubblico è tutto nelle sue mani ed è letteralmente incredibile vedere come un uomo solo, e con una proposta del genere (una musica dalle vesti tutto sommato dimesse e non certamente di tendenza) riesca ad ipnotizzare così tanti volti. Un talento unico, davvero.

lunedì 28 settembre 2015

THE GRIS GRIS live at the creamery - CD (Birdman, 2008)

I Gris Gris del texano Greg Ashley sono stati, assieme a un manipolo di altri psiconauti come i Residual Echoes di quel pazzo di Adam Payne, coloro che a metà anni duemila iniziarono a lanciare le prime avvisaglie di un ritorno sul larga scala della psichedelia a maglie larghe, che cede sotto la pressione di tutto quello che cerca di contenere. Una musica tradizionale nelle forme, per quanto maciullata in molti frangenti, ma contemporanea nello spirito. E con un che di “abbruttente”, selvaggio nella potenza di fuoco, che non fa strano rivenire al suo interno legami tanto con la tradizione garage revival degli ’80 quanto con esperienze fondamentali per la musica tutta come i Red Crayola del primo album o culti oscuri come i Parson Sound (già che ci siete ascoltatevi la loro From Tunis To India In Fullmoon – On Testosterone per sorprendervi di quanto in là possano spingersi i prodigi dell’immaginazione: Terry Riley, Velvet Underground e John Hassel tutti insieme appassionatamente?). Non so dirvi quanto successo riscossero all’epoca i Gris Gris. Ricordo solo che dei due album pubblicati (entrambi su Birdman: uno dal titolo omonimo nel 2004 e “For The Season” nel 2005) lessi recensioni entusiaste un po’ ovunque. Poi però il nulla, fino all'uscita di questo live nel 2008 che ci informava dell'avvenuto scioglimento della band. Registrato in un ex magazzino dall’acustica spettrale l'album mette in fila una scaletta dei pezzi migliori dei due lavori in studio. Non ci sono grossi stravolgimenti rispetto alle versioni originali ma la pazza intensità dell'attimo presente data dalle sbavature, dai feedback e dal vociare in sottofondo del pubblico cattura come raramente accade in un documento live. E' un qualcosa che ha bruciato l'idea di futuro e si dissolve in una vibrazione di calore gigantesca, passando da un rhythm and blues voodoo-marziale (Ecks Em Eye) a una ballata folkie “di raccoglimento” (Mary #38); per poi cambiare totalmente registro con un pop lisergico dal gusto circense ma luccicante come un torrente di acque nere (Year Zero) e momenti inaspettatamente puliti, dove la terra scaldata dal sole del primo mattino esala gli odori dolci e forti di un blues baldanzoso (Necessary Separation). Se siete dell'idea che gli album dal vivo siano solo roba per fan, qui dovrete metter da parte le vostre riserve. E se vi sembrerà strano approcciare una band per la prima volta partendo dal suo epitaffio, che per di più è un live, beh, ricordatevi che c'è sempre una prima volta nella vita e che forzarsi fa bene, anche se i risultati non sono immediati.

domenica 23 agosto 2015

PLAYLIST AGOSTO

AA/VV warfaring strangers: darkscorch canticles (Numero Group, 2014) FLYING SAUCER ATTACK instrumentals 2015 (Domino, 2015) ARMCHAIR TRAVELLER schone aussicht (Staubgold, 2010) GIVE UP THE GHOST we're down til we're underground (Equal Vision, 2003) LINDA PERHACS the soul of all natural things (Asthmatic Kitty, 2014) ENRICO RAVA pupa o crisalide (RCA, 1975) BARK! contraption (Psi, 2007) PAUL METZGER tombeaux (Nero's Neptune, 2013) THE LEGENDARY PINK DOTS plutonium blonde (ROIR, 2008) PRODIGY the day is my enemy (Take Me To The Hospital, 2015)

martedì 18 agosto 2015

MIKE SAMMES & THE MIKE SAMMES SINGERS music for biscuits - CD (Trunk, 2006)

Tra gli anni sessanta e settanta un cospicuo numero di jingles che imperversava nella radio e tv inglese portava la firma di Mike Sammes e il suo gruppo vocale. Un nome, o meglio una sigla (The Mike Sammes Singers) che ritroviamo anche in molte collaborazioni dell'epoca con nomi grossi della musica popolare come Sinatra, Judy Garland e Barbara Streisand. La storia incredibile che ci racconta Johnny Trunk riguardo il ritovamento del materiale che è stato usato per la compilazione del disco è quella che segue. Il cantante, residente in una villetta a Reigate nel Sussex, scompare nel 2001. Gli eredi vogliono liberare al più presto i locali e affidano al vicino di casa il compito di sbolognare la gran quantità di roba accumulatasi negli anni. Tutto quello che non riuscirà a dar via o portarsi a casa finirà nell'inceneritore, con l'eccezione dei mobili e degli elettrodomestici. Non si sa bene come ma quest'ultimo, saputo dell'esistenza di un personaggio come Trunk lo contatta per proporgli un sopralluogo nella casa dell'artista. Non sia mai che qualcosa di prezioso venga perso per sempre. L'archivista / erotomane /appassionato di cultura popolare retrò che è Trunk non se lo fa ripetere due volte ed è sul posto qualche giorno dopo aver ricevuto la chiamata. Oltre a libri, dischi e cataloghi di indubbio valore trova in uno scatolone trenta bobine di registrazioni. Si tratta per la maggior parte di sketch pubblicitari e qualche altra chicca. Briosi haiku sonici che rifulgono di una compressione di stili davvero molto elegante (jazz, swing, lounge...) e che ascoltati uno dietro l'altro, come ci dà la possibilità di fare questo cd, ci dicono di un musicista molto fantasioso, nonostante la gabbia della commissione (il tutto doveva essere strettamente funzionale al prodotto da reclamizzare) e il pochissimo tempo per dispiegare le ali e dar un'impronta nell'orecchio dell'ascoltatore (trenta secondi - un minuto di durata in media per frammento). In tutto i jingles raccolti sono una trentina. In coda troviamo aggiunti sei brani che erano stati composti per una colonna sonora di un film per bambini (Youth) e un altra manciata di inediti e versioni alternative. Certo, non è un disco da metter su a un party o da ascoltare mentre montate la vostra nuova libreria Ikea, ma è molto più che un semplice documento o una stramberia eccentrica da un giro nel lettore e via. Provare per credere.

martedì 21 luglio 2015

PLAYLIST LUGLIO

THE GRIFTERS So Happy Together (Sonic Noise, 1992) CARDINAL s/t (Flydaddy, 1994) UN s/t (Siltbreeze, 1996) CAVITY Supercollider (Man's Ruin, 1998) RUN ON Start Packing (Matador, 1996) GASP Drome Triler Of Puzzle Zoo People (Slap A Ham, 1998) JOHN HASSELL Earthquake Island (Tomato, 1978) SCENIC Acquatica (World Domination, 1996) GROUND ZERO Revolutionary Pekinese Opera Ver 1.28 (Rer Megacorp, 1996) TALK TALK Laughing Stock (Verve, 1991)

domenica 12 luglio 2015

JESTERN + MERIDIAN BROTHERS live @ Dobialab - Staranzano (GO) 11 Luglio 2015

C'è il pubblico delle grandi occasioni questa sera per l'unica data sul suolo italico dei colombiani Meridian Brothers, band che si può scegliere se amare o odiare, sicuri di non sbagliare in ogni caso. A capitanarli Eblis Alvares, un vivace e allampanato polistrumentista che in studio suona tutta da solo e dal vivo si avvale dell'aiuto di altre quattro persone. Introdotti in Europa da una raccoltona sulla berlinese Staubgold (Devociòn – Works 2005-2001) i MB hanno via via guadagnato le simpatie di molti ascoltatori, soprattutto dopo il beneplacito della rivista inglese The Wire e l'uscita del lavoro su lunga distanza "Salvadora Robot" (Soundway). Antipasto del concerto il live set di elettronica di Jestern. Da una fase iniziale di contemplazioni destrutturate a là Cluster si passa ad accensioni di ritmo e spirali elicoidali di un dna mutante, senza mai perdersi in mille variazioni e tenendo ben salda la rotta. E' una gestione del suono molto attenta, che mi ha ricordato la vivacità di tutti quei nomi che a fine anni novanta / inizi duemila uscivano su etichette come Rephlex, Sonig, ecc. Bravo! Salgono sul palco i cinque colombiani e a giudicare dalle reazioni euforiche del pubblico è una di quelle partenze da zero a cento. Con spirito in tutto e per tutto appartenente all'esuberanza delle musiche tradizionali sudamericane le contaminazioni sono assorbite nel corpo centrale del ritmo, ed è solo dopo i primi due-tre pezzi che si intravede la grana del suono. Viene da etichettarli come una versione speedata dei Flying Lizards con Tom Zé in un angolo a guardare. Ma il loro stile è ricettivo allo stesso tempo anche alle stupidinerie-suonini dei Residents così come all'estetica fast'n'boulbous di alcuni gruppi della Skin Graft. Sembra davvero di essere in una di quelle prime animazioni della Walt Disney con esseri viventi e cose in perenne e selvaggia mutazione. Il pubblico è in deliro e c'è pure chi in mezzo alla bolgia accenna un trenino (!). Bis d'ordinanza e saluti finali. Una serata che resterà negli occhi e nelle orecchie di molti. Grazie ai ragazzi di Dobialab per averci regalato questa grande emozione.

venerdì 10 luglio 2015

SONNY & LINDA SHARROCK paradise - LP (ATCO, 1975 - REISSUE CD Water, 2002)

L'impatto della chitarra di Sonny Sharrock nel campo del jazz avantgarde è stato devastante. Autodidatta dello strumento, lo zazzeruto afroamericano, ha collaborato nel corso della carriera coi grandi del genere, togliendosi non pochi sfizi. Per far due esempi al volo: lo troviamo nei credits di “Jack Johnson” di Miles Davis, e nei due album di Pharoah Sander, “Izipho Sam” (Strata-East, 1973) e “Tahiud” (Impulse! 1967). Lo status di leggenda planetaria però gli verrà conferito grazie a due album incisi assieme alla moglie Linda, una sorta di Yoko Ono posseduto dal demonio, la cui ugola rimane un proiettile di luce zigzagante tra grandi forme di acciaio temperato. Nel segno di un delirante sabotaggio ai danni dell'ascoltatore “Black Woman” (Vortex, 1969) e “Monkey-Pockie-Boo” (BYG, 1970) non solo misero a ferro e fuoco precedenti schemi musicali, ma contribuirono (o almeno a me così piace pensare) a gettare le basi per quel ground zero che anni dopo farà piazza pulita di tutto: la no wave. Prima della pausa decennale e l'entrata nella task force Last Exit di Brotzmann/Laswell/Jackson, Sonny e coniuge registrarono “Paradise”, affiancati da un gruppo di validi strumentisti. Un album molto ambizioso per intenti, ma che lasciò interdetti molti dei loro estimatori della prima ora. E sono facilmente intuibili i motivi. La violenta meteorologia di un tempo ora mutava in una formula avant funk / fusion che ne elevava radicalmente il coefficiente di artificiosità. Contestualizzato nel suo anno di uscita poi, il 1975, con i fermenti in altre latitudini musicali e tutto il bendiddio che stava per esplodere un lavoro del genere non poteva che venir frettolosamente rubricato. Chi ci ha provato a dargli una seconda chance è stata la Water nel 2002, con la riedizione in cd accompagnata dalle note di Byron Coley. Sebbene i brani non diano l’impressione di esser frutto di casuali attimi d’ispirazione, mostrano una perfetta interazione delle diverse componenti e la volontà di non fissarsi mai su un unico tavolo da gioco. Sentite, ad esempio, come fluisce libero il solo di Fender Rhodes e Moog nella traccia d’apertura, “Apollo”, oppure la voce di Linda e la capacità di controllo su ciò che le si muove attorno in “1953 Blue Boogie Children”. E’ come se il fervore evangelico frammisto all’asprezza arrabbiata della Fire Music si trovasse a fare i conti con uno spazio fluttuante e geometrico. Magari sarò vittima delle mie suggestioni (l’ho ascoltato davvero tanto nelle ultime settimane) ma non credo di poter spendere alcun termine di paragone adeguato. Non perché sia una miscela inedita, mai sentita, ma semplicemente perché qui dentro, il modo in cui si gioca con tutti i propri mezzi e tutti i propri limiti è avanti anni luce. Al confronto con molta della musica che è venuta dopo la sensazione è quella di album in anticipo sui tempi, visionario e genuino. Chissà che qualcuno non si prenda la briga di una nuova ristampa. Riaccenderebbe l’interesse guadagnando nuovi ascoltatori.

venerdì 19 giugno 2015

EARL HOWARD / DENMAN MARONEY fire song - CD Erstwhile (1999)

Da anni l’etichetta statunitense Erstwhile documenta progetti di ogni dove sonoro e culturale, con un occhio di riguardo per tutti quei nomi che spingono affinché le linee di separazione tra generi come jazz, contemporanea, elettroacustica, ricerca sul suono “puro” diventino invisibili. Spesso sono dischi ostici e che al primo ascolto mettono a dura prova anche i gourmet del famolo strano più tosto. Il numero tre del catalogo della label è questo bel cd che documenta il sodalizio tra Earl Howard e Denman Maroney iniziato nel 1975 quando registrarono una versione di “Kurzwellen” di Stockhausen per la Negative Band. Il primo suona sax alto e synth. Il secondo l’hyperpiano, un piano le cui corde vengono percosse con metalli, stecche di legno, oggetti di plastica varia. Le prime due tracce del cd, “Fire Song” e “UnCaged Bacchanal”, vedono i due strumenti entrare in relazione con sottili trame e svolgimenti dilatati. Un non-luogo di palpiti misteriosi, arcani, che si dissezionano e riassemblano in moto perpetuo, baciati da un sentimento del suono non distante dalla minimal music/elettroacustica. In “Pulse Field” invece l’ansia liberatoria è molto più presente e il piano giganteggia e smuove le acque, seguito a ruota dagli sbuffi del sax. Chiude, in maniera insolita, “Orchid”, un solo di sax che più classico non si può ma di buon fascino notturno. Un disco che insegue una luce irraggiungibile e non certamente da ascoltar a cuor leggero, però molto raffinato (e attuale) come indagine del suono ancora oggi. La buona musica non scade mai, non dimenticatelo.

mercoledì 10 giugno 2015

PLAYLIST GIUGNO

FUXA Dirty D (Rocket Girl, 2013) TYONDAI BRAXTON Hive 1 (Nonesuch, 2015) LOKA Passing Place (Ninja Tune, 2011) MANUEL ZURRIA Loops4ever (Mazagran, 2011) GARY LUCAS Gods and Monsters (Enemy/Intercord, 1992) JIM O'ROURKE Bad Timing (Drag City, 1997) FOOD PYRAMID Ecstasy and Refreshment (Holy Mountain, 2013) SPECTRUM War Sucks EP (Mind Expansion, 2009) WHITE NOISE SOUND s/t (Alive, 2010) MAGNETOPHONE The Man Who Ate The Man (4AD, 2005)

mercoledì 19 giugno 2013

E' IN ARRIVO IL NUOVO SOLAR IPSE!